Il ruolo della disinformazione medica nel trattamento del colesterolo LDL [Parte 1]

Le fake news sono la piaga culturale del nostro tempo. Sarebbe un errore – per non dire un’attestazione di ingenuità – credere che la disinformazione si diffonda soltanto attraverso i cosiddetti “canali social”. Perché se è vero che i media hanno la responsabilità di manipolare le notizie, soprattutto quelle mediche, con un occhio di riguardo alla loro fondatezza, le associazioni sanitarie dovrebbero prima di tutto trasmettere dati e ragguagli 100% oggettivi.

D’altro canto, è sufficiente approfondire il proficuo business delle fake news per incappare nella prima incongruenza: l’American Heart Association – la cui attività consiste (anche) nella condivisione delle linee guida da adottare in fatto di cardiopatie, colesterolo LDL e HDL, ictus e nutrizione – è stata la protagonista indiscussa di un programma di disinformazione medica pluridecennale.

In questo articolo, voglio condividere con voi le ultime informazioni cliniche che ho reperito sul ruolo del colesterolo, solitamente considerato responsabile di ictus e attacchi di cuore. Quest’ultimo è in realtà un fedele alleato dell’organismo, purché il paziente abbia il coraggio di lasciarsi alle spalle gli irrazionali timori innescati dalla disinformazione sanitaria: ecco cosa sapere.

 

La storia del colesterolo alto tra panico e disinformazione

Siamo nel 1948. È in corso una riunione dell’American Heart Association. Per quanti di voi non lo sapessero, l’AHA è l’organizzazione sanitaria che s’impegna per “rendere la vita più sana, priva di malattie cardiovascolari e ictus. Questo è l’unico scopo guida di tutto ciò che facciamo” (cito il sito ufficiale). I medici riuniti decidono di reinventare la struttura dell’associazione e, piuttosto che raccogliere fondi dai professionisti-membri, aprono a partnership internazionali.

È la svolta: a distanza di qualche mese arriva sul mercato il primo burro senza colesterolo, realizzato soltanto con olio vegetale. A distanza di oltre settant’anni, il termine “colesterolo” – che nei primi decenni del secolo scorso era conosciuto soltanto da medici, biologi e alcuni professionisti della salute – entra nel vocabolario collettivo della popolazione (e non solo di quella statunitense).

Nella società a noi contemporanea, sentir parlare di colesterolo preoccupa sensibilmente categorie di pazienti sempre più estese. Il risultato? Nella stragrande maggioranza dei casi, non si cerca neppure di capire cosa sia questa sostanza lipidica. Si dà per scontato che abbia un impatto negativo sull’organismo e si corre su Google alla ricerca di un «nuovo farmaco per il colesterolo» oppure di «rimedi per abbassare i valori di LDL».

Credo piuttosto che la domanda di partenza debba essere un’altra: cos’è il colesterolo?

 

Che cos’è il colesterolo?

Il colesterolo è una sostanza lipidica chiamata ad assolvere alcune funzioni di primaria importanza: contribuisce alla sintesi di vitamina D e degli ormoni steroidei e svolge un ruolo fondamentale nella produzione della bile – necessaria per la digestione degli alimenti. La sua presenza nell’organismo deriva da fattori sia endogeni – l’elaborazione nel fegato, nel surrene e nelle ghiandole sessuali – sia esogeni, cioè legati alla dieta del paziente.

In aggiunta, il colesterolo è tra i principali carburanti del cervello umano e, avendo una natura lipidica non solubile in acqua, consente al corpo di preservare i fluidi ed evitare la disidratazione. Senza scendere nel dettaglio, è sufficiente ricordare che la sostanza in questione si lega a specifiche lipoproteine, soprattutto quelle a bassa densità LDL (conosciute come “colesterolo cattivo”), per garantire che la sostanza arrivi a destinazione, lì dove l’organismo ne sente il bisogno.

 

Il ruolo delle lipoproteine

Le lipoproteine vengono classificate a seconda delle loro proprietà chimiche: quelle ad alta densità (HDL, High Density Lipoprotein) sono considerate “buone” perché contribuiscono al trasporto del colesterolo per via ematica, favorendone l’espulsione attraverso i sali biliari. Le LDL (Low Density Lipoprotein) a bassa densità sono invece diventate le protagoniste indiscusse della psicosi collettiva di cui ti ho parlato nel paragrafo precedente.

Queste ultime depositano il colesterolo in eccesso nelle arterie, ingenerando il malfunzionamento della parete arteriosa. Avrai già sentito nominare questo fenomeno con l’espressione di “arteriosclerosi”. In uno scenario di questo tipo, è importante ricordare che l’organismo umano è una macchina intelligente: è in grado di regolare la produzione di sostanze endogene a seconda dello stato complessivo in cui versa.

 

HDH e LDL a confronto: chi è il buono e chi il cattivo?

La stragrande maggioranza dei medici si attiene alla convinzione secondo cui le LDL siano lipoproteine nocive per l’organismo e le HDL siano la variante “buona”. In realtà, la questione dovrebbe essere affrontata in modo olistico: le LDL e le HDL possono essere entrambe sia “buone” che “cattive”. Il tutto dipende dalla dieta seguita dal paziente e dal modo in cui egli conduce il suo stile di vita quotidiano. Abitudini alimentari scorrette ad alto consumo di cibi raffinati e anche un eccessivo consumo di cibo sano, scarsa o assente attività motoria – senza dimenticare il peso del soggetto, l’età, i possibili fattori ereditari, il sonno, l’esposizione al sole, lo stress e il fumo – influiscono enormemente assieme a molti altri fattori di stile di vita, sulla qualità del colesterolo (indipendentemente dalle lipoproteine a cui esso si lega).

Il risultato? Il percorso di disinformazione sanitaria che porta la firma dell’American Heart Association ha reso i pazienti spaventati più dal colesterolo LDL che dagli attacchi di cuore/ictus potenzialmente mortali, entrambi causati da uno stile di vita dannoso nel lungo periodo. In altre parole, la correttezza della vostra alimentazione dipende non tanto dal livello di colesterolo presente negli ingredienti portati in tavola, piuttosto dalla qualità dei grassi in essi contenuti.

Il panico da colesterolo non è un problema quantitativo, ma qualitativo.

 

Dosaggio e valori del colesterolo

La principale preoccupazione dei pazienti si riduce – com’è naturale che sia – a una questione prettamente numerica. Se le vostre analisi del sangue riportano valori di colesterolo considerati a rischio, il medico curante non tarderà a mettervi in allerta. In ogni caso, viene da chiedersi il motivo per cui il la colesterolemia – la presenza di colesterolo nel sangue – abbia subito un rapido processo di ridimensionamento.

Qualche decennio fa, nessun professionista della salute si sarebbe mai preoccupato di un colesterolo minore di 300. Al giorno d’oggi, è sufficiente attestare una presenza di colesterolo totale compreso tra 200 e 239 per essere considerati pazienti a rischio.

Voglio concludere la prima parte di questa ricerca con una riflessione.

Si sente spesso parlare di soggetti che hanno subito un attacco di cuore o un ictus nonostante riportassero valori considerati nella norma. L’illusione di essere al sicuro giustifica spesso l’adozione di una dieta errata e dannosa nel lungo periodo. Quello che l’AHA definisce un “rischio residuo” (residual risk) è piuttosto una diretta conseguenza della disinformazione che si è diffusa negli ultimi decenni. È giunto il momento di fare chiarezza.